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Onirica. Grafie di luce. I volti di Staglieno

mostra_staglieno

19 novembre – 4 dicembre 2016
mostra
Ducale Spazio Aperto

 
Orario: tutti i giorni dalle 10 alle 19
 

Le immagini in bianco e nero di Corradino colgono le sculture del cimitero di Staglieno in un contesto particolare di luce, tanto da farle apparire reali. Arte scultorea che si rinnova nella fotografia.
 
All’incirca fino alla fine degli anni Settanta del secolo scorso, un fotografo genovese, sul muro esterno del palazzo dove aveva il laboratorio, esponeva dentro una vetrinetta – una bacheca metallica coperta da un vetro sempre tirato a lucido – delle ben inconsuete fotografie. La stranezza non consisteva nei primi piani dei personaggi, normalissimi uomini e donne di età diverse, ma dal fatto che i ritratti erano stampati su ovali di ceramica, tali e quali come quelli presenti sulle lapidi mortuarie. Per anni ho transitato in quella strada, meravigliandomi ad ogni passaggio che qualcuno avesse dato il proprio consenso affinché il fotografo si facesse pubblicità con il ritratto del marito estinto o della zia defunta. Un giorno un mio amico che lo conosceva mi risolse il busillis. Il fotografo, specializzato in fotografia cimiteriale, per propagandare il suo prodotto, non potendo – oggi si direbbe per diritto di privacy ma anche per un moto di sensibilità e deontologia professionale – mostrare le foto di quelli che erano diventati suoi involontari clienti, ovvero persone realmente decedute, aveva stampato sulle ceramiche le istantanee di famigliari, amici, conoscenti e persino la propria. Aveva cioè fatto diventare virtualmente morte delle persone ancora in vita.
Ecco, Roberto Corradino, in questa sua straordinaria rassegna fotografica, mi sembra abbia fatto esattamente il contrario, che sia riuscito cioè nell’operazione opposta.
Gli innumerevoli personaggi che popolano le gallerie e i cosiddetti boschetti della necropoli di Staglieno, raffiguranti i titolari delle tombe, i parenti del defunto in straziante disperazione, i famigliari affranti nei grandi gruppi marmorei, si ravvivano, prendono vita; un respiro di esistenza sembra sorgere sulle loro labbra, sui volti, negli sguardi. Grazie alle sue originalissime inquadrature, essi acquistano quella vita che lo scultore ha originariamente cercato di infondere alle proprie creature. Il dolore eternato nel marmo o, meno frequentemente, in altro materiale modellabile, diventa così – seppur sempre grave, durevole e angustiante – proprio come succede nella realtà, un fatto passeggero, temporaneo. La massa levigata assume miracolosamente le tonalità dell’epidermide, la luce trasfigura i corpi, li rimodella, li ammorbidisce, conferisce loro quel calore che il marmo, per sua natura, gli aveva negato. E Corradino ha il potere misterioso di far sgorgare questa vita, questo anelito di esistenza non solo negli uomini, nelle donne e nei fanciulli protagonisti di questo immobile teatro del lutto, ma anche nelle figure immaginarie e fantastiche che affollano il camposanto genovese, rendendo percettibili persino quegli esseri del mondo invisibile presenti in quasi tutte le tradizioni religiose. Gli angeli, con la loro ambiguità – siano essi putti aggraziati, giovinetti efebici o avvenenti fanciulle – sono accanto agli esseri viventi nel momento dell’estremo dolore o del trapasso, consolandoli, condividendone la tristezza e compiangendone la sorte. E sopra di loro si manifesta anche il Consolatore per eccellenza, il Salvatore, il Cristo che rifulge nella sua luce ultraterrena in più di una apparizione miracolosa.
Sono però le figure femminili ad essere favorite in questa raffinata operazione estetica con la sensualità dei loro corpi, in cui spesso il fascino del femminino è al suo zenit e l’erotismo è più che manifesto. Lo scultore, evidenziandolo, pare abbia voluto contrastare, secondo la ben nota dicotomia di eros e thanatos, la rappresentazione della morte che gli era stata richiesta per adornare il monumento funebre.
Proprio per questo si potrebbe dire che Corradino, attraverso le sue immagini, si sia servito della stessa facoltà posseduta e utilizzata da Afrodite – secondo la tradizione mitologica classica – in un’occasione particolare. La dea della bellezza infatti esaudì il desiderio di Pigmalione, che a lei si era rivolto, di rendere viva la statua della bellissima Galatea che egli stesso aveva scolpito e di cui si era perdutamente innamorato. Aveva cioè fatto il dono di una vita propria alla bellezza.
 
 
Aldo Padovano

La realtà è piena di suggerimenti per il cervello. Partire da una realtà, poi questa realtà la trasformi in un linguaggio che appartiene solo a te. Alla tua sensibilità, alla tua cultura, alla tua esperienza di vita. E viene anche condizionata dallo stato d’animo, dall’umore. Nella fotografia ci sono le tue idee, le tue emozioni. È come trasmettere la tua sensibilità all’altro che guarda le foto.
Il fotografo sa di avere uno spazio, e sa che questo spazio è fatto di aria e di luce.
Scrivere con la luce, lasciare un segno. Il bianco della luce e il nero dell’ombra.
È stata quasi una visione, trasformare la realtà in immagini, forse sognate, oniriche, appunto.
In quel luogo c’era e c’è: sacralità, magia, la forza del passato, dell’arte. La vita e la forza delle persone defunte e la vita e la forza degli artisti scultori.
Tu inquadri il viso della “Venditrice di noccioline”, per esempio, e quel viso si trasforma veramente in qualcosa di vivo. Inquadri le sue rughe, gli occhi e lo sguardo. E con quello sguardo, comincia a interagire, a colloquiare e in quel momento inizia un dialogo, un rapporto quasi intimo.
Questo è quello che senti quando scatti. Poi devi pensare alla tecnica e alla composizione.
Poi, ho guardato quella luce, così forte, così intensa, che veniva dall’alto, da dietro.
Che si proiettava sulle statue, e dava questa, con le ombre che si allungavano, una visione quasi sovrannaturale.
Era come muoversi in una dimensione fuori dallo spazio e dal tempo.
E bisogna fare tutto in pochi secondi, perché la luce si sposta e tutto si trasforma e quell’immagine che avevi negli occhi e nel cuore, scompare.
Per cui in pochi secondi bisogna mettere assieme, tecnica, composizione, sensazioni e ricomporre il tutto in un’immagine.
 
La scelta del bianco e nero.
Perché va all’essenza delle cose. Vengono evidenziati solo gli elementi per me importanti. Evita che lo sguardo venga distratto.
Essenziale quindi più vero.
Ed è il linguaggio con cui volevo che le sensazioni di questo progetto venissero trasmesse.
La visione, il tempo, la polvere. I segni della pietra e del marmo meglio si rappresentavano col bianco e nero.
È per questo che ho deciso di stampare in Fine Art e soprattutto ai pigmenti di carbone, perché il bianco e nero si trasformasse, quasi in un disegno, un segno grafico.
 
Entrare in contatto, parlare con loro.
Oramai le statue le conosco una a una, e con ognuna ho iniziato un dialogo e un rapporto che va avanti nel tempo, ma sempre si rifà all’esperienza e alla sensazione avuta al primo contatto.
Voglio dire che, con ognuno dei personaggi ritratti, la sensazione provata la prima volta ha condizionato il mio animo. Cioè ogni statua mi trasmetteva una sensazione diversa. Con ognuno di loro ho intrapreso un dialogo, un rapporto o approccio diverso che si è trasmesso ed è rimasto lo stesso per tutte le volte che sono andato a fotografarli.
Ogni statua emanava una personalità diversa, che io percepivo e con cui iniziavo a dialogare. E appunto, questo rapporto è continuato e continua.
C’è chi mi trasmette forza e soggezione, chi rispetto, chi simpatia, chi dolcezza.
E queste statue, o meglio queste persone, ho finito con l’amarle.
Quando le fotografo, mi ritaglio il mio spazio di libertà, entrando in una dimensione fuori dallo spazio e dal tempo. Lontano dalle ansie e dai problemi della vita quotidiana. Libero.
In una parola quando fotografo sono felice.
 
Roberto Corradino

 


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