Arti & Architettura
1900 - 2000
2 ottobre 2004 - 13 febbraio 2005
Il percorso espositivo a Palazzo Ducale
Piano Nobile
Sala 1
Architettura Radicale
I nuovi linguaggi figurativi ed espressivi introdotti dalla cultura pop e diffusi dai mass media
innescano nella Londra degli anni Sessanta la necessità di un rivoluzionario cambio di
prospettiva rispetto alla cultura architettonica tradizionale. Il recupero di elementi come la
materia, il colore e la forma, investono ogni aspetto della disciplina architettonica e diventano
parte integrante della nuova architettura definita Radicale. A partire dal modello londinese del
gruppo Archigram, noto per le celebri utopie urbane, l'Architettura Radicale, si sviluppa in Italia
tra la fine degli anni Sessanta e i Settanta attraverso le esperienze diverse ma analoghe degli
Archizoom, dei Superstudio e degli Ufo, influenzati dall'arte povera e dalla cultura pop. Un'architettura
per la cui diffusione si rivelano essenziali riviste specializzate come Architectural Design diretta
da Monica Pidgeon sul finire degli Anni Sessanta e Casabella diretta da Alessandro Mendini tra il 1970 e il 1977.
Ettore Sottsass (1917) partito da una colta e raffinata ricerca di significati simbolici e una
personale sensibilità per colori e materiali, debitrice tra l'altro di suggestioni orientali,
intraprende un percorso personale e autonomo che, negli anni Sessanta assume esiti anticonformisti,
conessi con l'avanguardia Radicale. Gli stimoli derivati dalla riflessione sugli standard e sulla
modularità, ma anche la conoscenza dell'arte concettuale e l'adesione alla cultura pop, lo
conducono a ideare tra gli anni Sessanta e Settanta progetti più legati alla ricerca sperimentale
che alla concreta realizzazione, destinati ad influenzare profondamente la personale interpretazione
dell'architettura negli anni seguenti, dalle celebri visioni di Nonsense Architettonico, ai progetti per abitazioni unifamiliari.
Archigram, è il nome di un gruppo nato nel 1960 dalla collaborazione tra Warren Chalk, Peter Cook,
Dennis Crompton, David Greene, Mike Webb. Le immagini di architetture meccaniche, metafore di figure tratte dal
mondo tecnologico, restano grandi utopie, lontane da qualsiasi ipotetica realtà costruita o costruibile. Un
messaggio autoironico che fa proprie le tecniche del fumetto, della grafica pubblicitaria e della moda, per
imporsi come declinazione autonoma della Pop Art. Dal "mostro" meccanico della Montreal Tower, ai progetti
urbani come la nota Walking City, le opere degli Archigram mettono in discussione la nozione stessa di luogo,
che viene ridotta alla capsula abitativa artificiale, intesa come un'ossatura trasportabile.
Sala 2
Five Architects nascono da un'esperienza newyorkese avviata nel 1969 e conclusa all'inizio degli anni Ottanta,
che vede affiancati gli architetti Peter Eisenman, Michael Graves, Charles Gwathmey, John Hejduk e Richard Meier. La
pubblicazione del testo Five Architects nel 1972, consacra tale collaborazione presentando le loro opere
come un'efficace risposta a correnti architettoniche, come per esempio il brutalismo. Il gruppo nasce dalla
comune volontà di contestare tendenze manieriste dell'architettura contemporanea, come il brutalismo, in
favore di un'architettura "pura", debitrice della lezione di Le Corbusier, ma anche di De Stijl, e in grado
di dissolversi fino alla trasparenza in volumi estremamente complessi e in forme concettuali.
Arata Isozaki (1931) riceve la propria formazione all'Università di Tokyo e la completa
presso lo studio di Kenzo Tange con il quale collabora fino agli anni Sessanta. In questo decennio, associandosi
al gruppo dei metabolisti giapponesi, elabora in forme personali l'idea di "maniera" e immagina progetti basati
sulla ripetizione del modulo cubico. Dalla fine degli anni Settanta si appropria di tecniche postmoderne come
la citazione e la decontestualizzazione. Dal Tsukuba Center Building, una piazza interrata che cita dichiaratamente
il Campidoglio, al Musashikyuryo Country Clubhouse, nel quale il gioco della ripetizione è addirittura
ridondante, fino a un'interpretazione della citazione classica più convenzionale ed elegante, come nel progetto per Art Tower Mito.
Sol LeWitt (1928), principale esponente della Minimal Art, formula sin dai primi anni Sessanta un metodo compositivo
rigoroso, basato sulla geometria e sull'essenzialità. LeWitt utilizza una proporzione ben determinata per
bilanciare lo scheletro esterno della struttura con lo spazio vuoto, adottando il cubo, in quanto forma geometrica in
grado di essere manipolata in infinite variazioni. In questo modo, egli costruisce una griglia con la quale realizza
sculture come Modular Cube-Base (Untitled Cube) del 1968. L'aspetto architettonico del metodo costruttivo modulare
viene sfruttato anche nelle Concrete Structures degli anni Ottanta, mentre esplora la possibilità di
uscire dalla bidimensionalità della pittura nei Wall drawings, disegni e dipinti direttamente sul muro
degli edifici, in modo da trasformare la nostra normale percezione della loro architettura.
Sala 3
Norman Foster (1935), fin dai primi edifici realizzati in collaborazione con Richard Rogers, manifesta la
propria tensione verso un'architettura high-tech, dove gli elementi strutturali e gli impianti, esibiti, sovradimensionati ed
enfatizzati da un uso provocatorio dei colori, assumono valore decorativo. L'architettura di Foster, fortemente
influenzata da personalità come Richard Buckminster Fuller, Konrad Wachsmann, Charles Eames, intraprende
strade innovative realizzando progetti che hanno raggiunto nuovi traguardi nell'ingegneria strutturale. Il
Sainsbury Center for Visual Arts a Norwich, l'ardita struttura della Hong Kong and Shangai Bank, o l'elegante
Carrée d'Art a Nimes, rappresentano tre aspetti differenti di questa poetica.
Sala 4
Dan Graham (1942), dopo essersi dedicato ad una progettazione della comunicazione che dal concettuale si
è evoluta verso il comportamentale, dal 1980 s'impegna nella costruzione di architetture, che tendono
all'allargamento del funzionamento dell'arte e della visione estetica della costruzione pubblica. I suoi padiglioni
tentano di integrare, in un unico oggetto, un sistema diversificato di elementi comunicativi, dal linguaggio di una
scultura riduttiva, minimalista, alla sua contestualizzazione nell'ambiente. La semplicità dei volumi, cubi,
cilindri, parallelepipedi, fa risaltare le capacità mimetiche delle tecniche di costruzione industriale. L'uso
degli specchi trasforma la "scultura-architettura" in un oggetto leggero e fragile dove lo spazio esterno ed interno si confondono.
Gordon Matta-Clark (1943-1978) figlio del pittore surrealista Roberto Matta, si diploma in Architettura alla
Cornell University nel 1968. Sin dai primi anni Settanta, egli usa media diversi, dal disegno alla fotografia e al
video, e si avvicina all'architettura con un approccio "de-costruttivista". Tra il 1972 e il 1973, Matta-Clark inizia a
lavorare direttamente su edifici abbandonati o in demolizione nei quartieri newyorchesi, praticando dei tagli nelle
pareti interne per mettere in comunicazione spazi diversi. I suoi "tagli" modificano radicalmente l'impianto architettonico
dell'edificio scelto, come in Splitting (1974), dove la casa è letteralmente divisa in due. La documentazione
fotografica e video di queste de-costruzioni, come in Bingo del 1974, testimonia l'aspetto performativo del suo fare artistico.
Aldo Rossi (1931-1997) assume la storia come strumento essenziale al progetto. Le influenze del classicismo
visionario di Boullée, dell'impronta razionale di Loos, la forza delle visioni metafisiche di De Chirico, sono
riferimenti evidenti fin dai primi progetti, che si avvertono anche nell'architettura effimera del Teatro del Mondo, per
la prima Biennale di Architettura a Venezia. Fondamentali risultano i suoi contributi allo studio della città e del
luogo, nel testo L'Architettura della Città. Tra i numerosi progetti si ricorda l'hotel Il Palazzo a Fukuoka, con
cui esporta in Giappone una personale interpretazione dell'architettura italiana, ma anche il Teatro Carlo Felice di Genova,
sintesi postmoderna di architettura e città.
Sala 5
Hans Hollein (1934) si muove sin dagli inizi, con grande coerenza tra arte, design e architettura.
Fortemente critico verso il funzionalismo, anticipa per certi aspetti gli esiti di gruppi appartenenti all'avanguardia
radicale come Archizoom o Superstudio, ma rappresenta un riferimento implicito anche per gli OMA. Una grande attenzione
per il dettaglio e per l'uso sapiente di materiali preziosi e l'estrema capacità di controllo dei volumi si
manifestano già in uno dei primi progetti: il Museo Statale Abteiberg a Mönchengladbach. Qui paesaggio naturale
e arte esposta si alternano rivestendo pari dignità. Un gioco ironico di citazioni e l'utilizzo provocatorio dei
colori rappresentano la cifra dell'architettura di Hollein.
Gaetano Pesce (1939), architetto di formazione principalmente italiana attivo a New York, basa la propria opera
su di una cultura progettuale sperimentale, anticonvenzionale e antirazionalista. A partire dalla metà degli
anni Sessanta, quando si fa promotore dell'architettura "elastica", aderisce alla corrente radicale nell'ambito del
design e dell'architettura. Emerge già in quelle prime opere una predilezione per l'aspetto scultoreo
dell'opera e una grande attenzione all'utilizzo dei materiali. Il suo impegno come architetto si concretizza in concorsi
internazionali, come quello per Les Halles o per il Chicago Tribune, e in edifici di abitazione come Hubin's House Project o Vertical Loft.
Dennis Oppenheim (1938), dopo le esperienze nell'arte concettuale e nella Land Art, dal 1988 passa ad articolazioni
scultoree su grande scala, che scaturiscono da una relazione inedita di oggetti diversi. Le sue opere sono il frutto di una
pratica alterante del paesaggio urbano, come in Device to Root Out Evil realizzata a Marghera nel 1997, in cui dimostra di
voler sconvolgere ogni credenza, anche quella religiosa, semplicemente attraverso l'uso dell'immagine di una chiesa capovolta. Il
recupero dell'interiorità si fa palese anche in altre proposte architettoniche, come in Drinking Structure with
Exposed Kidney Pool, dove la casa s'intreccia ad una piscina a forma di rene. I suoi progetti architettonici propongono
luoghi labirintici e senza scopo a metà strada tra realtà e sogno.
Siah Armajani (1939) affronta sin dalla fine degli anni Sessanta la tematica dello sconfinamento tra arte e
architettura, esplorando l'idea di passaggio nella forma metaforica del ponte. Partendo dall'azione del costruire, prende
in considerazione l'oggetto architettonico per eccellenza, la casa, e la scompone nei suoi vari elementi, creando una
sorta di vocabolario visivo di singole entità che possono essere intrecciate e mescolate a piacere, come in
Closet under Landing. Questa sua ricerca lo porta, inoltre, a progettare in scala reale le reading houses: spazi della
lettura, luoghi di colloquio e incontro, sempre nel tentativo di modificare la nostra percezione e il nostro comportamento.
Vito Acconci (1940) basa il suo fare artistico su una spiccata attitudine a sollecitare disordine e confusione al
fine di trasformare la realtà. I suoi interessi per l'architettura iniziano alla fine degli anni Settanta, ma
assumono un carattere più progettuale nel 1988, quando fonda l'Acconci Studio, basato sulla collaborazione tra
artisti, architetti e designers. Il suo scopo è produrre progetti architettonici in grado di confondere le convenzioni
e i ruoli fra arte e architettura, vista quest'ultima come emozionante e comunicativa, spettacolare e festosa. Si occupa
anche di macro-architettura, presentando progetti per parchi giochi, per discariche pubbliche o per centri ricreativi, dove
tenta un recupero delle forme naturali ed organiche del vivere.
Sala 6
Alessandro Mendini (1931) si divide tra l'architettura e il design. Come direttore delle riviste "Casabella" prima, poi
di "Modo", da lui fondata e infine di "Domus", partecipa attivamente al dibattito teorico sull'architettura in Italia
negli anni Settanta, avvicinandosi all'esperienza Radicale.
Il recupero dei valori decorativi e della dimensione artigianale dell'opera, offrono una visione personale del design ma
anche dell'architettura. Dalla fine degli anni Ottanta, attraverso l'Atelier Mendini riprende, assieme al fratello, a
occuparsi concretamente di architettura. Progetti come la Casa Alessi a Omegna, la Torre del Paradiso a Hiroshima, il
Museo di Groninger, rappresentano esempi unici di architettura costruita.
John Hejduk (1929-2000) desta un estremo interesse per il proprio ruolo didattico e teorico più che per
l'attività di architetto. La complessa elaborazione di tipologie abitative elementari, che sperimentano spazi e
scale di grandezza fino ai loro limiti estremi, si esemplificano nei progetti per le Wall Series Houses, le Texas Series
Houses o le Diamond Series e documentano la sua intensa capacità analitica e formale. L'esperienza degli anni
Settanta all'interno dei Five Architects, gli consente di sperimentare nuove figure architettoniche che, poste in relazione
con il luogo, interagiscono provocatoriamente con esso in un complicato equilibrio tra opera architettonica e composizione poetica.
Sala 7
Charles Simonds (1945) ha iniziato il suo percorso artistico creando degli edifici in miniatura per le strade di
New York. Queste costruzioni sono fatte di piccoli mattoni di creta e sono inserite all'interno di segmenti spezzati
di muro o in particolari aperture. Queste costruzioni ricordano quelle dei Nativi Americani, ma anche antichi resti di
architetture del passato e possono essere realizzate in strada o presentate sotto forma di scultura, come nella serie Circles
and Towers Growing, 1978. Presentando architetture che sembrano appartenere al passato, evidenzia gli aspetti sociali del
costruire attraverso la considerazione di ciò che la nostra cultura contemporanea crea, distrugge, valorizza e
lascia dietro di sé sotto forma di rovine.
SITE, acronimo di Sculpture In The Environment, è una società multidisciplinare di progettisti fondata
nel 1969 da James Wines e Alison Sky. La valenza architettonica e scultorea delle celebri facciate della catena di
Magazzini Best, raffigura coerentemente il programma definito dal gruppo di allontanare l'architettura da uno stretto
funzionalismo. Immagini di edifici in rovina, prospetti sollevati dal livello del terreno, lembi di asfalto che si sollevano
dal suolo a contenere parcheggi, sono diventare ormai icone della "de-architetctura" divulgata dai SITE. Tra le altre opere
del gruppo vanno segnalati il Museo d'Arte Moderna a Francoforte, il Ponte dei Quattro Continenti a Hiroshima e il parco
Ross's Landing nel Tennessee.
Sala 8
I possibili sconfinamenti tra arti e architettura trovano un esempio emblematico nei progetti realizzati da Claes Oldenburg (1929)
e CoosjeVan Bruggen (1942) artisti, e Frank Gehry (1929) architetto. Nel loro lavoro esiste un primo aspetto
progettuale, caratterizzato da immediatezza ed informalità, e una fase successiva in cui si affrontano gli
aspetti tecnici della concreta realizzazione dell'idea iniziale. I costumi, le installazioni e la Barca Coltello
realizzati per la performance de Il Corso del coltello, tenutasi a Venezia nel 1985, o il Chiat/Day Building, sono esempi
della loro proficua collaborazione, dove la comune riflessione sul costruire si unisce alla libertà della
loro forza creativa, mentre i modellini di Oldenburg e van Bruggen per musei a forma di topo e i disegni preparatori
di Gehry per il Museo di Bilbao o della Gehry Residence mostrano il continuo attraversamento di campo sistematicamente
operato dai tre autori.
La forma del pesce appare per la prima volta nell'opera di Frank O. Gehry (1929) nel 1981 e diventa, da quel
momento, uno degli elementi prominenti di diversi progetti architettonici da lui realizzati negli anni Ottanta. Inizialmente,
l'uso del "pesce" è per Gehry un modo di ironizzare sull'attenzione dell'architettura postmoderna per i motivi classici,
ma in seguito il persistere di questa forma può essere giustificato come allusione simbolica alla sua infanzia e
come un punto fermo nella sua ricerca sulla flessibilità strutturale di una forma. L'installazione itinerante
GFT Fish, 1985-86, commissionata dal Gruppo Finanziario Tessile, rivisita l'idea dello stand pubblicitario, creando
una scultura in grado di adattarsi alle molteplici necessità del committente.
Frank O. Gehry (1929) adotta nella propria architettura elementi come la dissoluzione delle convenzioni
tettoniche e l'uso improprio di materiali consueti, come nella sua residenza privata a Santa Monica, dove la trasparenza
negli spazi interni e la scomposizione in parti, la rendono una sorta di manifesto del decostruttivismo. L'amicizia
con artisti come Serra, Oldenburg e van Bruggen influenza la sua riflessione sull'architettura negli Novanta, culminata
nella realizzazione del Museo Guggenheim a Bilbao. Questo edificio, il cui aspetto plastico fatto di volumi irrazionali
è dovuto anche all'uso di tecnolgie informatiche e alla sperimentazione sui materiali, rappresenta oggi un'icona
di come l'architettura incida sul cambiamento economico e sociale di una città.
Sala 9
Mario Botta (1943) e Enzo Cucchi (1949) collaborano nel 1994 alla realizzazione della Cappella di Santa Maria degli
Angeli al Monte Tamaro. Per accedere alla chiesa, Botta pensa l'entrata come una sorta di passaggio rettilineo esterno,
da cui si gode la magnifica vista del panorama montano per scendere poi alla navata principale ed infine accedere
allo spazio cilindrico della cappella. L'abside di questa ospita il principale intervento segnico di Cucchi: due mani
offerenti incise su fondo blu, mentre nelle pareti si trova un ciclo di ventidue formelle di cemento, due per ogni
finestra, intarsiate con la narrazione dei temi mariani. La decorazione della volta presenta forti segni pittorici, che
attraverso un solo gesto, unificano la lettura spaziale dei differenti elementi architettonici.
Anish Kapoor (1954) basa la sua concezione artistica su di un complesso universo di forme volumetriche e cromatiche,
che sono autosufficienti e autogeneranti. Le sue sculture, anche in grande scala, diventano progetti architettonici
e ruotano intorno all'idea di transito tra pieno e vuoto, materiale e immateriale, leggero e pesante, creando per il
visitatore una sorta di spazio mistico. Nel progetto per South Bank, in collaborazione con Future System, Kapoor
cerca di creare un edificio non-oggettuale in cui architettura e paesaggio siano un tutt'uno, mentre Building for
a Void, costruito in occasione della Esposizione di Siviglia nel 1992, dichiara, già nel titolo che l'architettura
è il risultato del costruire intorno ad uno spazio vuoto.
Massimiliano Fuksas (1944) compie la propria formazione principalmente a Roma, dove si laurea e dove apre il
proprio studio. La professione, che svolge tra Roma e Parigi, si alterna alle esperienze didattiche, che lo vedono
professore invitato tra l'altro presso la Staadtliche Akademia des Bildenden Kunste di Stoccarda, l'Ecole Spéciale
d'Architecture a Parigi, e la Columbia University di New York. La grande attenzione allo studio dei problemi urbani
ed in particolare alle periferie, sono la base di molti tra i suoi progetti. Il Centro Congressi Italia, pensato
per Roma, viene inteso come una grande nuvola in teflon che si libra all'interno di un parallelepipedo trasparente:
una volumetria debitrice del decostruttivismo.
Sala 10
Emilio Ambasz (1943), architetto e designer di origine argentina, vive e lavora principalmente a New York,
dove coordina per diverso tempo la sezione di Design del Museum of Modern Art. Progetti recenti come la Banca
dell'Occhio, ma anche la celebre Casa de Retiro Espiritual, una sorta di luogo per meditare sopraelevato,
riduzione simbolica dell'abitazione, sono testimonianza di una grande sapienza nell'utilizzo degli spazi e delle
volumetrie più semplici in forme inedite. Dall'ambiente domestico al progetto di musei, Ambasz reinterpreta
con personale eleganza gli aspetti maggiormente poetici del Modernismo e fa propria la stretta relazione tra
architettura e paesaggio naturale, dimostrando un gusto davvero raffinato per la luce e i materiali.
Stephen Antonakos (1926) si esprime con media diversi e la sua produzione artistica comprende la
scultura, il collage, il disegno, la stampa, per arrivare alle installazioni e, nell'ultimo decennio, ad opere
architettoniche. Matrice comune del suo linguaggio è l'astrazione geometrica che si unisce all'uso del
neon, elemento che unisce la tecnologia moderna con il misticismo della luce. Altra componente fondamentale
di queste costruzioni, di solito cappelle, è la fusione di teorie e pratiche architettoniche legate
alle avanguardie del primo Novecento con la tradizione culturale della Grecia. La rarefazione della luce
emessa dal neon e la creazione di spazi in armonia tra tradizione bizantina e moderno rigore geometrico rispettano
ed esaltano la loro funzione meditativa e di preghiera.
Sala 11
Balkrishna Doshi (1927) mette in pratica la lezione di Le Corbusier filtrata dalla suggestione della cultura
indiana. Si forma come disegnatore presso lo studio del maestro del Modernismo, per il quale sovrintende i grandi
progetti indiani di Chandigarh e Ahmebad. Negli anni Cinquanta Doshi fonda la Vastu-Shilpa Foundation, un centro
studi e ricerche per l'architettura, che adotta pionieristiche soluzioni per le abitazioni economiche. È
docente presso la School of Architecture di Ahmabad dove trasmette una sensibilità personale che filtra
sapientemente gli elementi dell'architettura moderna attraverso il contesto indiano, un'architettura caratterizzata
da un uso originale di colori e materiali.
Peter Eisenman (1932) manifesta un saldo connubio fra teoria e prassi che nasce nell'intento di sperimentare
al di là del rapporto tra forma e funzione. L'opera di Eisenman è influenzata inizialmente dal
razionalismo italiano e in particolare dalla figura di Giuseppe Terragni. Dalle abitazioni unifamiliari, progetti
realizzati che assumono il valore ideale di manifesti teorici, all'esperienza di architettura "pura" maturata in
ambiente newyorkese nel periodo dei Five Architects, riesce a muoversi dalle forme semplici derivate da De Stijl,
a volumi anche molto complessi, come il Greater Columbus Center, una rappresentazione tettonica della teoria
del caso rappresentata da René Thom, senza perdere l'intensità visionaria dei primi lavori.
Sala 12 (Cappella del Doge)
Thomas Hirschhorn (1957) realizza le sue opere interamente con materiali precari, tratti dal mondo degli
oggetti comuni, come la carta stagnola, il nastro adesivo marrone, il cartone. L'accumulazione rozza e casuale
di questi materiali nega un ordine architettonico precostituito e le strutture così costruite si mimetizzano con
la crescita "organica" delle metropoli, tentando una sorta di recupero della spontaneità dell'artigianato. Hirschhorn
usa la lacrima come simbolo iconografico dei concetti di confusione e di destabilizzazione emotiva, in quanto
espressione di energia incontrollata. In Twin Tear, le due grosse lacrime di colore rosso sono pensate come
metafora della tragedia delle Twin Towers e trasformano i due grattacieli in goccie di sangue.
Tom Sachs (1966), formatosi in ambito architettonico, basa il suo lavoro principalmente sulla manipolazione
delle immagini commerciali e su come sono da noi percepite. Nell'installazione Nutsy's, s'ispira all'Unité
d'abitation progettata da Le Corbusier e terminata a Marsiglia nel 1952. L'edificio, inteso come prototipo abitativo
del dopoguerra, rappresenta nel mondo ricreato di Nutsy's il modernismo idealistico in contrapposizione con
quello commerciale rappresentato dai McDonalds. Attraverso l'uso consapevole del bricolage, Sachs costruisce
un modello in scala 1:25 dell'Unité, oggi uno dei più grandi e dettagliati, mentre il modo ossessivo
con cui ha misurato ogni centimetro dell'edificio è testimoniato dai video che accompagnano l'installazione.
Sala 13
Gae Aulenti (1927), la cui formazione si compie con la collaborazione alla rivista "Casabella" diretta da
Ernesto Nathan Rogers all'inizio degli anni Sessanta, matura una particolare predilezione per il progetto di museo. Il
suo è un lavoro eterogeneo che affianca alla progettazione architettonica, il design, l'allestimento e
la messa in scena, oltre al progetto urbano. Due tra le sue opere più riuscite degli anni Ottanta sono
senza dubbio l'allestimento del Musée d'Orsay a Parigi e del Museu Nacional d'Art de Catalunya a Barcellona,
ma va senz'altro menzionato anche il recente New Asian Art Museum di San Francisco. Da ricordare, tra i suoi progetti
più incisivi, l'Unità di vinificazione nella tenuta di Campo Sasso.
Mario Bellini (1935) spazia tra un'architettura legata all'invenzione del sito, al disegno urbano e al design di
arredi e prodotti industriali. Appassionato d'arte si dedica all'allestimento di importanti esposizioni. Considerato
uno degli ultimi solidi interpreti della stagione del design milanese, Bellini emerge negli anni Sessanta grazie
alla proficua collaborazione con Olivetti. Dopo un lustro passato alla direzione della rivista "Domus", s'impegna in
una serie di progetti architettonici nazionali e internazionali che palesano una difficile mediazione tra cultura
razionalista e riferimenti postmoderni. Tra questi il Ryoma Sakamoto Memorial Hall, e il Centro Culturale di Torino.
Ilya (1933) e Emilia (1945) Kabakov usano la progettazione architettonica per creare luoghi adatti
stimolare la percezione sensoriale dello spettatore. La loro riflessione, caratterizzata da una cultura nomade in
quanto hanno deciso di lasciare il loro paese di origine nel 1988, li porta a confrontarsi continuamente con il
passato e presente della società russa, che ha vissuto momenti di grande cambiamento seguiti a periodi
di regime reazionario. Nelle tavole progettuali per Centro di Energia Cosmica è evidente il loro debito verso
la progettazione architettonica di matrice costruttivista, ispirata ad una rilettura della filosofia russa di
inizio Novecento, mettendo in evidenza il carattere utopico delle soluzioni proposte dagli architetti e dagli
artisti di quella gloriosa epoca creativa.
Sala 14
Elisabeth Diller (1954) e Ricardo Scofidio (1935) rendono originale la propria posizione nel dibattito architettonico
contemporaneo attraverso un legame inscindibile tra architetture costruite e volumetrie virtuali. Un utilizzo
esclusivo delle tecnologie informatiche per il disegno dell'architettura, si sovrappone talvolta al progetto
e finisce per influenzarlo nell'adozione di volumi complessi e in scelte formali non lineari. Progetti come
il Blur Building o l'Eyebeam Building testimoniano questa vocazione alla complessità come risultato di
una scelta progettuale. Lo studio si confronta anche con la videoarte utilizzando media diversi per rappresentare
le proprie opere. Il tema dell'architettura per il benessere quotidiano, definito con un neologismo
"liveness", rivela un preciso impegno sociale.
Sala 15
Grazia Toderi (1963) usa l'immagine video per indagare un microcosmo di eventi minimi, ma carichi di
possibili riflessioni sulla condizione umana, fissando l'attenzione su dettagli quotidiani e situazioni
di apparente fragilità. Nella videoproiezione Il decollo, 1998, l'immagine notturna di uno stadio
con le sue luci sfavillanti è ripresa dall'alto a sottolinere la forma elittica della struttura. I
giochi di luce e la geometria della costruzione, uniti al sottofondo sonoro dei cori delle tifoserie ci
vede spettatori distaccati e lontani di un mondo in realtà carico di passioni umane, talvolta
addirittura viscerali. L'architettura dello stadio, complice la ripresa aerea e la rarefazione della luce,
si trasforma in un'astronave multicolore osservata nel momento stesso in cui sta per decollare.
Sala 16
Ben Langlands (1955) e Nikki Bell (1959) esplorano la complessa rete di relazioni che collegano le
persone all'architettura e ai sistemi codificati di circolazione e scambio di informazioni. La serie dei
Logo Works richiama una sorta di moderna araldica. I due artisti mostrano in queste opere come i grandi
palazzi, sedi dei quartieri generali di aziende corporative come la BMW o l'IBM, dominino il paesaggio
urbano e giochino un ruolo chiave per la strategia pubblicitaria delle compagnie stesse. La pianta di questi
edifici, presentata come rilievo immacolato su fondo monocromo, funziona come un "super logo", con il quale l'azienda
comunica la sua identità e le sue intenzioni verso il pubblico e gli impiegati nel momento in cui
questi entrano e lavorano nell'edificio.
Bodys Isek Kingelez (1948), artista congolese, dagli anni Ottanta realizza sculture-maquette
con materiali poveri come il cartone colorato. Opere come Etoile Rouge Congoleise, Palais d'Hiroshima
e Bodys City mettono in ridicolo il rigore dell'architettura occidentale con i suoi palazzi d'acciaio
e vetro ed introducono l'elemento del bricolage tipico delle costruzioni anonime delle periferie africane,
dove il colore e le forme non geometriche sono predominanti. Dalla singola maquette, Kingelez passa in
seguito alla progettazione su scala urbanistica con i modelli di grandi dimensioni, come Ville Fantôme,
rappresentazioni tridimensionali di città future, dove il kitsch degli edifici si lega alla gioiosa
atmosfera di queste "città fantasma".
Tadashi Kawamata (1953) adotta un metodo di lavoro molto vicino a quello messo in pratica nei cantieri
edili e sceglie per i suoi interventi sia luoghi in demolizione che in costruzione. I suoi progetti
spaziano dalla trasformazione di una singola casa o appartamento fino all'intera riconfigurazione di
una città, usando quasi esclusivamente materiali di scarto, specialmente legno, con i quali crea
strutture nuove e inusuali, a metà strada tra la precarietà delle impalcature edilizie e
le baracche provvisorie tipiche delle favelas o degli slums delle metropoli, come in La Maison des
Squatters realizzato a Grenoble nel 1987. L'alterazione temporanea della nostra percezione evidenzia
i meccanismi legati al costruire e progettare i luoghi dove abitiamo.
La poetica artistica di Siah Armajani (1939) è orientata verso un'arte "pubblica" che
esce dalle gallerie e dai musei per entrare nella città. Inevitabile il confronto con
l'architettura, in quanto arte per eccellenza con valenze pubbliche, ma anche sociali. Nelle sue installazioni,
presenta delle costruzioni archetipe che riflettono la nostra relazione con l'architettura, pensando di
fornire un vocabolario nuovo per trasformare lo spazio in cui viviamo. Dalle stanze dedicate alla lettura
o a personaggi storici, Noam Chomsky o Sacco e Vanzetti, il tema qui presentato è quello dell'esilio. Glass
Room of an Exile n. 2, 2003, costruita in vetro e alluminio, si trasforma in una gabbia, forma architettonica
metaforica della condizione di chi è costretto a vivere lontano dal proprio paese.
Sala 17
James Turrell (1943) diplomatosi in Psicologia, ma interessato anche all'astronomia, alla geologia e alla
matematica, ha incentrato il suo lavoro di artista sulla luce e sulla percezione e le sue installazioni, che
accolgono forme pure di luce, sono progettate con la precisione di uno strumento ottico. Egli realizza modelli
in scala per spazi autosufficienti, in cui la forma architettonica non ha alcuna relazione con l'interno, ma
serve solo a creare uno spazio neutrale in cui trattenere o escludere la luce, come in Boullée Boula. Di
questi Spazi autonomi, Turrell ha realizzato circa trenta modelli. Dal 1974 lavora al progetto di Roden Crater,
vulcano ai confini con il Painted Desert in Arizona, dove ha realizzato un complesso di stanze comunicanti da cui
assistere a fenomeni celesti.
Zaha Hadid (1950) insignita nel 2004 del premio Prizker, ed una tra le poche figure femminili stimata a
livello internazionale, inizia a lavorare dopo una formazione europea conseguita presso la Architectural Association di Londra. Le
suggestioni del suprematismo e del costruttivismo russo, palesi nei dipinti e nei disegni progettuali, sono elaborate
in spettacolari rappresentazioni cromatiche di gusto pittorico. Poco più che trentenne, vince il concorso
per Hong Kong Peak. Tra i primi progetti costruiti va ricordata la caserma dei vigili del fuoco a Weil Am Rhein,
mentre uno degli ultimi lavori, è il nuovo Museo per l'Arte Contemporanea MAXXI di Roma. Un'architettura
dinamica e colorata, già da più parti definita come "barocco decostruttivo".
Jean Nouvel (1945) elabora un'architettura critica, provocatoria, capace di mettere in discussione modelli
di pensiero e soluzioni tradizionali, con una predilezione per la metafora e la rappresentazione simbolica del
progetto. La connessione di materiali, luci, colori e immagini estrapolate dalla quotidianità, con una
tecnologia sofisticata e una attenta ricerca di materiali, rendono la sua architettura un punto di vista unico
per la cultura internazionale. Un'opera di grande impatto è l'Institut du Monde Arabe a Parigi, dove gli
elementi della facciata sono pensati per regolare l'incidenza della luce come obiettivi fotografici. In altri
casi, Nouvel mette in scena il tema della trasparenza attraverso un attento utilizzo del vetro.
Frank Stella (1936) è un importante ed innovativo esponente della pittura astratta dalla fine
degli anni Cinquanta. Le sue tele inizialmente privilegiano il rigore geometrico e la bidimensionalità, in
seguito la sua ricerca si sposta verso un uso più libero e giocoso del colore e della materia e verso la
tridimensionalità. Questa viene raggiunta nei primi anni Novanta con delle costruzioni in metallo, come
in una delle due versioni della Chapel of the Holy Ghost, mentre altre raggiungono anche dimensioni monumentali. Legato
da profonda amicizia con Richard Meier, collabora anche con l'architetto Alessandro Mendini per il Museo di
Groningen e affronta la progettazione architettonica su vasta scala come centri commerciali e museali, tra cui
il Museo Constantini a Buenos Aires.
Rem Koolhaas (1944) dopo un esordio come giornalista e autore cinematografico, compie la propria formazione
presso l'Architectural Association di Londra dove fonda l'Office for Metropolitan Architecture il cui acronimo, OMA,
indica oggi uno degli studi di architettura più attivi al mondo.Un personale contributo al tema della metropoli
viene dal testo Delirious New York, che ripensa il tema della congestione della città e del grattacielo. L'influenza
del costruttivismo russo, in particolare di Leonidov, è ben espressa in progetti come il concorso per il Parc
la Villette di Parigi e la Galleria d'Arte di Rotterdam. Spesso opere non realizzate come la Grand Bibliotheque, o
lo ZKM, sovrastano per evidenza comunicativa i progetti costruiti.
Greg Lynn (1964) pioniere nell'adozione di geometrie non euclidee in architettura, muove da un'interpretazione
dinamica dello spazio cartesiano che supera la visione pittorica degli oggetti per entrare nella terza dimensione. I
software e la computer animation permettono di usare il movimento per generare dinamicamente progetti architettonici,
capovolgendo l'idea tradizionale di progettazione statica. L'attività didattica di Lynn, che si svolge
tra alcune delle più prestigiose università americane ed europee, si alterna allo studio professionale,
Greg Lynn Form, con il quale sperimenta forme derivate dall'uso del calcolatore e genera progetti di grande valore
plastico e dalle geometrie irrazionali. Tra questi la Cardiff Opera House e il museo Ark of The World.
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