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La lunga vita di Marianna Ucrìa

palazzoducale@palazzoducale.genova.it_20180307_160508

Tratto dal romanzo di Dacia Maraini
14 maggio 2018, ore 21
Sala del Maggior Consiglio

Biglietti
12 € intero; 10 € ridotto, per over 65 e under 26
la biglietteria sarà nel foyer del Minor Consiglio dalle ore 20
Prenotazioni a info@lunariateatro.it – 0102477045

Lo spettacolo si inserisce nell’ambito del ciclo di incontri Città di mare, nove incontri a cura di Claudio Magris e Margherita Rubino e sarà messo in scena la sera stessa dell’incontro La mia Palermo, con Dacia Maraini in dialogo con Daniela Ardini

Spettacolo con Raffaella Azim
e Francesca Conte
luci e fonica Luca Nasciuti
scene Giorgio Panni e Giacomo Rigalza
regia Daniela Ardini
si ringrazia Luigi Piccolo (Sartoria Farani – Roma) per i costumi

Lo spettacolo utilizza un interprete L.I.S. Lingua dei Segni Italiana per rivolgersi anche alle persone sorde

 
Fin dalle sue prime pagine il romanzo di Dacia Maraini, vincitore nel 1990 del Premio Campiello, immerge il lettore nel clima cupo e pieno di contraddizioni della Sicilia del Settecento. Mentre in Europa trionfa il Secolo dei Lumi, a Palermo, in un tempo scandito da impiccagioni, autodafé, matrimoni d’interesse e monacazioni, si consuma la vicenda di Marianna, della nobile famiglia degli Ucrìa. “Sposare, figliare, fare sposare le figlie, farle figliare, e fare in modo che le figlie sposate facciano figliare le loro figlie che a loro volta si sposino e figlino…”, è questo il motto della discendenza Ucrìa, che in questo modo è riuscita ad imparentarsi per via femminile con le più grandi famiglie palermitane. Marianna, costretta ad andare in sposa a soli tredici anni a suo zio, investita “con rimproveri e proverbi” quando osa sottrarsi al suo ruolo di moglie, sembra all’inizio destinata alla medesima sorte. Lei è però diversa, sordomuta, ma proprio da questa menomazione trarrà la forza per elevarsi al di sopra della chiusura e della meschinità che la circonda.
 
Così la critica:
Vi è una assoluta fedeltà (al romanzo) senza alcuna fedeltà di tipo naturalistico o mimetico. C’è nello spettacolo di Ardini e di Azim una raffinatezza d’altri tempi. Si potrebbe dire che vi è, del romanzo, una distillazione: un concentrato tematico e formale – Corriere della sera
 
Il monologo interiore interpretato da Raffaella Azim e diretto da Daniela Ardini spreme e distilla il succo del romanzo senza togliere nulla all’affresco sociale. Un concerto di passione implosa e lacerante con pochi ma essenziali elementi scenici. La presenza discreta di un interprete che, in un angolo della scena, traduce con i gesti le parole della protagonista sorda e muta per gli spettatori non udenti, è al tempo stesso un atto dovuto e un’idea registica che aiuta tutti a capire meglio il personaggio – Il secolo XIX
 
La regia di Daniela Ardini, fidandosi della scrittura lineare e controllata dell’autrice, allo stesso modo ha creduto nella forza attoriale di Raffaella Azim, consegnandole i tanti personaggi assai ben definiti drammaturgicamente e da lei restituiti in maniera esemplare. La Azim è padrona della scena per un’ora filata, affiancata da un interprete della lingua italiana dei segni e da Francesca Conte nel ruolo della serva Fila – La Repubblica

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