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Italiani. Caratteri vecchi e nuovi

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14 ottobre 2017, dalle ore 16.30

Aldo Schiavone, Italiani: tra storia e futuro
Roberto Esposito, Pensare italiano
Ezio Mauro, L’opinione pubblica nella grande confusione italiana

15 ottobre 2017, dalle ore 16.30

Corrado Augias, Ma che razza di italiani
Paul Ginsborg, Italia. Famiglia
Donatella Di Cesare, Italiani marrani

Un paese che non si trova, che non ha di sé un autoritratto collettivo e, sia pure a grandi linee, condiviso, è un paese che si muove con affanno nel presente e con spavento nel futuro.
Non serve a nulla allora la tanto decantata “bellezza” se non si sa cos’è, come si è costruita nel tempo, cosa implica ereditarla. Non serve a nulla il famigerato “genio” nazionale, se non si sa cosa pensare. Non serve a nulla la supposta capacità di “improvvisare”, se non si conoscono le note. E’ una questione di prospettiva, sia verso il passato che verso il futuro.
Forse la cosa di cui noi italiani abbiamo più bisogno, anche se non sembriamo sentirne troppo la mancanza. Gli autori che parteciperanno alle conversazioni a Palazzo Ducale, ciascuno da un punto di vista e da un’esperienza diversi, cercheranno appunto di mettere in prospettiva la cosa complessa e inquieta che siamo sempre stati e che continuiamo ad essere con inquietudine, con passione, senza sosta.
 
A cura di Ernesto Franco

14 ottobre 2017
ore 16.30 – Aldo Schiavone, Italiani: tra storia e futuro

Due anniversari: l’Italia del 1961 e l’Italia del 2011. Come considerare oggi la nostra storia. Più oscuro è il passato, più incerto il futuro. Quanto è vecchio il nostro pessimismo?
L’identità perduta: la forza dei caratteri e la fragilità dello Stato. Lo sbiadirsi dell’orizzonte europeo.
Il terribile Novecento italiano e le sue contraddizioni. All’inseguimento della modernità altrui. La terza rivoluzione tecnologica e lo sformarsi del tessuto sociale e ideale del Paese: le paure di chi non sa ritrovare sé stesso. Come (non) si forma una classe dirigente, e come (non) si rinnova una democrazia.
La (ancora) provvisoria reversibilità del declino e l’Italia delle giovani generazioni. Il tempo che ci resta: meno che fino al 2061.
 
Aldo Schiavone (Napoli 1944) e’ stato professore  nelle Università di Bari, Pisa, Firenze, nell’Istituto Italiano di Scienze Umane e nella Scuola Normale Superiore. Ha insegnato anche a Parigi (EHESS e Collège de France), a Los Angeles (UCLA) e a Berkeley (University of California). E’ membro dell’Institute for Advanced Study di Princeton, e dell’American Academy of Arts and Sciences. Attualmente dirige un progetto di ricerca europeo (ERC, advanced grant) sul pensiero giuridico romano presso l’Università di Roma “la Sapienza”.
Tra i suoi libri: La storia spezzata. Roma antica e Occidente moderno, Laterza, Roma-Bari 1996; Italiani senza Italia, Einaudi, Torino, 1998; I conti del comunismo, Einaudi, Torino 1999; Ius. L’invenzione del diritto in Occidente, Einaudi, Torino, 2005, nuova ed. 2017; Storia e destino, Einaudi, Torino 2007; Spartaco. Le armi e l’uomo, Einaudi, Torino 2011; Ponzio Pilato. Un enigma fra storia e memoria, Einaudi, Torino, 2016.

ore 17.30 – Roberto Esposito, Pensare italiano

Nel mio intervento proverò a definire i caratteri generali del pensiero italiano in rapporto alla sua storia e al contesto in cui è maturato, a partire dalla stagione rinascimentale fino ad oggi. Nato al di fuori di un organismo statale unitario, il pensiero italiano si caratterizza per una capacità di assorbire elementi da altre culture, trasformandoli in maniera originale. A differenza di altre tradizioni filosofiche, rivolte all’analisi del linguaggio, della coscienza interiore, di questioni metafisiche, il pensiero italiano appare fin dalla sua genesi rivolto verso il mondo esterno. Esso, anziché elaborare un lessico filosofico specialistico, tende a sovrapporre linguaggi diversi come quelli della letteratura, dell’arte, della storiografia, della politica, dell’antropologia. Al suo centro vi la relazione tra storia, politica e vita materiale. Come la nazione in cui si è sviluppato, prevale in esso l’apertura a potenzialità che non sempre si realizzano, ma proprio per questo si prestano ad acquisire nuove ed inedite configurazioni.
 
Roberto Esposito insegna Filosofia Teoretica presso la Scuola Normale Superiore. Per Einaudi ha pubblicato diversi libri, tutti tradotti in molte lingue, tra cui Communitas. Origine e destino della comunità; Immunitas. Protezione e negazione della vita; Bios. Biopolitica e filosofia; Terza persona. Politica della vita e filosofia dell’impersonale; Le persone e le cose; Due. La macchina della teologia politica e il posto del pensiero. Al pensiero italiano ha dedicato due monografie, sempre edite da Einaudi, Pensiero vivente. Origine e attualità della filosofia italiana e Da fuori. Per una filosofia dell’Europa.

ore 18.30 – Ezio Mauro, L’opinione pubblica nella grande confusione italiana

L’opinione pubblica è un oggetto sociale in continua mutazione. E’ fragile e potentissima, promuove convinzioni irriducibili ma fugaci. Condiziona la politica, l’economia e la vita dei singoli. Accomuna le nazioni e le divide. E’ il mutevole specchio del sentire di una comunità.
 
Ezio Mauro (Dronero 1948) ha iniziato la professione di giornalista nel 1972 alla Gazzetta del Popolo di Torino, seguendo, tra l’altro, le vicende legate al terrorismo politico.
E’ poi passato a La Stampa, a Roma, come inviato di politica interna. Sempre per La Stampa ha svolto servizi ed inchieste all’estero, in particolare negli Stati Uniti.
Nel 1988 ha iniziato la sua collaborazione con La Repubblica, come corrispondente dall’Urss, con base a Mosca. Per tre anni ha seguito la grande trasformazione di quel Paese nel periodo della Perestrojka, viaggiando nelle Repubbliche dell’Unione Sovietica.
Il 26 giugno 1990 è tornato a La Stampa come condirettore, per poi assumere la carica di direttore il 6 settembre 1992 e nel 1996 diventa direttore di la Repubblica.
Nell’ottobre 2009 la Harvard Kennedy School, centro di formazione del personale di governo e la Nieman Foundation for Journalism di Harvard, gli hanno assegnato un encomio in riconoscimento del ruolo svolto da Repubblica «in un momento di grave pericolo per la libertà di stampa in Italia».
Nel 2011 pubblica con Gustavo Zagrebelsky La felicità della democrazia. Un dialogo edito da Laterza.
Nel 2015 pubblica Babel edito da Laterza, il suo dialogo sulla democrazia con Zygmunt Bauman
Il 14 gennaio 2016 lascia la direzione di Repubblica con cui collabora come editorialista.
Nel 2017 gli sono stati assegnati Il Premiolino, il Premio Cherasco, il Premio Andrea Barbato, il Premio Giovanni Spadolini ed è stato insignito dalla Presidenza francese della Légion d’honneur.


15 ottobre 2017
ore 16.30 – Corrado Augias, Ma che razza di italiani

Perché possiamo dirci italiani? A settant’anni dalla firma della costituzione Corrado Augias ha cercato di tracciare un’identità le cui radici affondano nei mille diversi volti di un paese grande, bellissimo e tormentato.
A dispetto delle tante divisioni, storiche e attuali, c’è qualcosa che ci accomuna come italiani. Una serie di tratti che ci rendono immediatamente riconoscibili in qualsiasi luogo del mondo; nel male ma anche nel bene. Corrado Augias ci accompagna in un viaggio alla scoperta di ciò che definisce il nostro carattere nazionale. Un viaggio che procede nello spazio e nel tempo, dall’attualità alla ricostruzione storica. Si incontrano le testimonianze di grandi scrittori e poeti che all’Italia come nazione hanno dato volto, carattere e lingua prima ancora che esistesse uno Stato. Ciò che resta alla fine del viaggio è la scoperta di aspetti che riflettono un paese diviso ma ricco di enormi potenzialità alle quali raramente accade di pensare.
L’itinerario di un raffinato uomo di lettere, che ha imparato a guardare la sua patria da fuori senza però mai smettere di amarla. Sembra di sentir echeggiare nelle sue parole la celebre esortazione di Piero Gobetti: Bisogna amare l’Italia con orgoglio di europei e con l’austera passione dell’esule in patria
 
Corrado Augias giornalista, scrittore, autore di programmi culturali per la Tv, è nato a Roma. Ha vissuto a lungo prima a New York poi a Parigi. È opinionista del quotidiano «la Repubblica»; i suoi numerosi libri sono tradotti nelle principali lingue. Ricordiamo tra gli altri: I segreti di New York, I segreti di Londra, I segreti di Roma, I segreti di Parigi.
Con Mauro Pesce, Inchiesta su Gesù e con Marco Vannini, Inchiesta su Maria. Per Einaudi ha pubblicato il romanzo Il lato oscuro del cuore (Supercoralli 2014), Le ultime diciotto ore di Gesù (Frontiere 2015, Super ET 2016) e I segreti di Istanbul (Frontiere 2016).

 

ore 17.30 - Paul Ginsborg, Italia. Famiglia

Tra i giornalisti, gli storici, i sociologi e i romanzieri britannici con esperienza delle cose italiane regna una straordinaria unanimità di vedute riguardo alla peculiare importanza della famiglia nella società italiana e alla sua centralità nella vita del paese. Ma fino a che punto questa onnipresenza e questo dominio emotivo e valoriale possono essere considerati un bene? Non c’è dubbio che le strategie familiari in certe realtà del paese, come per esempio i distretti industriali, giocano un ruolo assai importante per la fortuna della piccola impresa italiana. Ma è anche vero che l’Italia soffre di quella che può essere definita l’affettività malata. Non è l’affettività come sentimento a essere malato, ma l’utilizzo che se ne fa. Continuamente la sfera pubblica viene invasa da un moralismo familiare che ignora o cerca di aggirare le leggi dello stato. Così il familismo prende il suo posto accanto al clientelismo – due codici di comportamento non ufficiali che dominano in chiave negativa i rapporti famiglia-stato.
 
Paul Ginsborg, nato a Londra nel 1945, già professore all’Università di Cambridge, dal 1992 al 2015 insegna Storia dell’Europa contemporanea all’Università degli studi di Firenze. È autore di Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi. Società e politica 1943-1988 (Einaudi, 1989); Storia d’Italia 1943-1996. Famiglia, società, Stato (Einaudi, 1998); L’Italia del tempo presente. Famiglia, società civile Stato. 1980-1996 (Einaudi, 1998); Daniele Manin e la rivoluzione veneziana del 1848-49 (Feltrinelli, 1978 ed Einaudi, 2007). Ha anche curato il volume Stato dell’Italia (Il Saggiatore, 1994).
Nel 2003 ha pubblicato per Einaudi il saggio Berlusconi, nel 2004 Il tempo di cambiare (ET Saggi, 2005), nel 2006 La democrazia che non c’è (Vele), nel 2010 Salviamo l’Italia (Vele), nel 2013 Famiglia Novecento (Einaudi Storia) e nel 2016 Passioni e politica (Vele, con Sergio Labate).
È membro del consiglio di presidenza di Libertà e Giustizia.

ore 18.30 – Donatella Di Cesare, Italiani marrani

Gli italiani sono un po’ marrani? È possibile scorgere qualcosa del loro carattere nella figura avvincente e inquietante del marrano, nella sua identità scissa, nella sua dualità?
Ci sarebbero già motivi storici per supporlo. L’Italia sembra aver segretamente nascosto al suo interno, fino ad oggi, una grande quantità di marrani – anche quelli che non hanno mai sospettato di esserlo! Figlie e figli di ex-ebrei spagnoli e portoghesi, convertiti al cristianesimo, conversos che, dopo aver trovato approdo nelle grandi comunità italiane, da Genova a Livorno, da Ancona a Venezia, si sono sparsi ovunque, soprattutto al sud. Individualismo accentuato, propensione al dissenso, capacità di dissimulare: sono queste alcune tracce del marranesimo che vale finalmente la pena portare alla luce.
 
Donatella Di Cesare insegna Filosofia teoretica alla Sapienza di Roma ed Ermeneutica filosofica alla Scuola Normale Superiore di Pisa. E’ una delle filosofe più presenti nel dibattito pubblico e internazionale sia accademico sia mediatico. Ha studiato il tema della violenza nelle sue diverse forme e ha affrontato la questione della Shoah indicando nella disumanizzazione dell’universo concentrazionario un nuovo indispensabile punto di avvio per la filosofia. Collabora con il Corriere della Sera. Tra i suoi ultimi libri: Heidegger e gli ebrei. I «Quaderni neri» (Bollati Boringhieri, 2a ed. 2016); Tortura (Bollati Boringhieri 2016); Terrore e modernità (Einaudi 2017).


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