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Il Quarto Stato di Giuseppe Pellizza da Volpedo

zuffi

11 febbraio 2016, ore 21
Sala del Maggior Consiglio

 
Stefano Zuffi
 
Il Quarto Stato di Giuseppe Pellizza da Volpedo
1898-1901
Milano, Museo del Novecento
 
Poche settimane fa, durante l’inaugurazione di una mostra dedicata alla pittura postimpressionista in Europa, ho mostrato una riproduzione del Quarto Stato alla direttrice di un importante museo internazionale di arte moderna. Con un largo sorriso ha esclamato: “Wow! Bertolucci! Novecento!”. In quel momento mi è parso di sentire un fruscio: il povero Pellizza si stava rivoltando nella sua tomba nel cimitero di Volpedo. Ancora una volta, il suo dipinto viene considerato una “icona”, una immagine ben riconoscibile, che però rimanda ad altro: a un film, a un partito politico, a un manifesto, a una vignetta. E’ difficile insomma considerarlo per quello che è: semplicemente, un capolavoro nella storia della pittura sulla soglia del XX secolo.
Il Quarto Stato è il frutto di oltre dieci anni di lavoro: iniziato quando Pellizza era ancora studente all’Accademia di Brera, verrà portato a compimento dopo una serie infinita di bozzetti, disegni, cartoni, prove, modifiche, sovrapposizioni, ricognizioni fotografiche, viaggi e ripensamenti.
Nato nel 1868 a Volpedo, in provincia di Alessandria, Giuseppe Pellizza aveva cominciato già intorno al 1890 a preparare un quadro dal titolo “Ambasciatori della fame”: un gruppo di contadini in sciopero che si avvicina minacciosamente al palazzo dei proprietari terrieri. E’ possibile che le prime idee per il soggetto e per la composizione siano venute al giovane Pellizza grazie alla frequentazione di Plinio Nomellini, che dipingeva i disincantati camalli sulle banchine del porto di Genova.
Nel corso dell’ultimo decennio dell’Ottocento l’opera cambia il titolo, vede variare il numero e il tipo dei protagonisti, le dimensioni si ingrandiscono, i bozzetti e i disegni preparatori si accumulano, la tecnica divisionista si perfeziona. Pellizza rinuncia a incarichi redditizi per dedicarsi alla concezione e alla lenta esecuzione del suo grande lavoro, perennemente incompiuto: in diverse lettere ringrazia i genitori che gli mandano prodotti agricoli (facile pensare che si tratti delle celebri pesche di Volpedo) e comunque aiutano il suo sostentamento. Pellizza frena l’impeto dei primi schizzi, e lo sciopero animoso si trasforma in una marcia solenne e severa, non di contadini ma piuttosto di operai: nasce Fiumana (1895-97), ampia tela oggi nella Pinacoteca di Brera, in cui, secondo le parole del pittore stesso, i personaggi “intelligenti, forti, robusti, uniti, s’avanzano come fiumana travolgente ogni ostacolo”. Eppure, Pellizza non era ancora soddisfatto. Spinto dal drammatico intervento dell’artiglieria del generale Bava Beccaris contro gli scioperanti a Milano nel 1898, Pellizza ricomincia da capo, su una tela ancora più grande. Il quadro cambia ancora titolo: Quarto Stato allude alla Rivoluzione Francese di fine Settecento, quando il “Terzo Stato” (il ceto borghese) aveva rovesciato i privilegi dell’aristocrazia e dell’alto clero: ora bisogna prendere coscienza di una nuova realtà, la classe dei lavoratori delle industrie (“Quarto Stato”).
Pellizza vuole dipingere un’opera degna della grande tradizione italiana. Per questo, va a Firenze e misura attentamente le dimensioni dei personaggi della Primavera di Botticelli e del Pagamento del tributo di Masaccio; evita bandiere, simboli, pugni levati, propone piuttosto una riflessione di carattere sociale e umanitario. La presenza di una donna con un bambino fra i personaggi della prima fila (non prevista nelle prime elaborazioni della scena) ricorda che il problema di un equilibrato inserimento sociale non riguarda solo i lavoratori delle fabbriche, ma l’insieme delle loro famiglie.
Esposto ancora fresco di pittura alla Quadriennale di Torino del 1902, con molte speranze da parte del pittore, il dipinto non riceve alcun premio e nessuno lo acquista. Stessa sorte per una successiva mostra a Roma. E all’Esposizione Universale di Milano del 1906 viene rifiutato perché troppo poco ottimistico. Per Pellizza è una delusione profonda; il dramma della morte di parto della moglie Teresa, che aveva posato per la figura della donna nel Quarto Stato, lo spinge al suicidio nel 1907, a trentanove anni.
Il grande quadro resta malinconicamente in mano agli eredi fin dopo la Prima Guerra Mondiale. Nel 1920 un consigliere socialista del Comune di Milano, Fausto Costa, propone l’acquisto del dipinto. Acquistato grazie a una pubblica sottoscrizione, il Quarto Stato viene esposto nel Castello Sforzesco. Durante il fascismo, tuttavia, la tela finisce arrotolata in un deposito. Recuperata dopo la Seconda Guerra Mondiale, non viene però collocata non in un museo, ma a Palazzo Marino, nella sala delle riunioni della giunta comunale. Un restauro del 1976, reso necessario dalla quantità della nicotina depositata sulla tela, fa riscoprire l’importanza del dipinto e la necessità di renderlo stabilmente accessibile al pubblico. Dopo diverse presenze in mostre internazionali e un primo allestimento alla Galleria d’Arte Moderna, il Quarto Stato di Pellizza è stato infine scelto per aprire il percorso del Museo del Novecento inaugurato nel 2010, tre anni dopo il centenario della morte del grande e sfortunato pittore.
Stefano Zuffi
 
 
 



rassegna I capolavori raccontati



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